Un pò di novità
07/12/08
E’ parecchio che non aggiorno questo blog, colgo dunque questa occasione per fare una breve carrellata di notizie che ritengo importante voi sappiate.
- Ad aprile torna in Italia Sir Bob Dylan con tre date: 15 Milano (Datchforum di assago), 17 Roma (Palalottomatica), 18 Firenze (Mandela Forum). Sarà un ulteriore occasione per vedere sua Bobbità in, più o meno, tutto il suo splendore, sperando in qualche novità in quanto a band e arrangiamenti rispetto all’anno scorso.
- Lo scorso 29 ottobre è uscito Mediamente Isterica Deluxe, un doppio album ricantato e remixato di quel che fu il 3° disco di un allora ventiquattrenne Carmen Consoli, arricchito di un inedito, outtakes e rarità varie. All’uscita ne ero un po’ scettico (ecco anche il motivo di tanto ritardo nello scriverne), ma dopo averlo riascoltato e dopo averla vista in concerto (il tour si chiuderà a Catania con 3 date il 27 28 e 29 dicembre allo Zo Centro Culture Contemporanee) mi sono convinto che in realtà è questo l’album che rappresenta in pieno la cantantessa siciliana; rabbiosa e romantica, isterica e maledetta, fu l’album che sancì il passaggio definito verso la maturità, artistica e personale, da bambina (impertinente) a donna, con la D maiuscola, ovviamente.
- Trovo incredibilmente ridicolo tutto ciò che sta accadendo tra Salerno e Catanzaro. Anzi, forse ridicolo è dir poco. Un’inchiesta legittimamente sequestrata da Salerno viene a sua volta sequestrata dal sequestro. I pm di Catanzaro indagano su quelli di Salerno che indagano su quelli di Catanzaro. In tutto ciò l’importante è che di “Why not?” non si parli e che De Magistris sia e rimanga un eretico. Quotidiani italiani docet.
- E’ scomparsa lo scorso martedì a seguito di una crisi cardiaca all’età di 77 anni Odetta, voce fondamentale per la storia della musica contemporanea. Sospesa tra gospel e blues, la cantante afroamericana da una voce straordinariamente profonda fu la prima cantante degli anni ’50 a dar voce chiaramente ai diritti civili. In un’intervista a Radio Pubblica nel ’78 Bob Dylan disse: “Se ho cominciato a scrivere canzoni popolari è stato per Odetta”.
A presto!
Patologie italiane
08/11/08
Più passa il tempo e più mi convinco che l’Italia è veramente un paese strano, anormale, patologico. E’ patologico un ex Presidente della Repubblica, ora senatore a vita, che pensa che l’unico modo per porre rimedio a civili cortei che manifestano contro una riforma sbagliata, sia sperare che prima o poi durante una di queste manifestazioni ci scappi il morto, e che solo allora le forze dell’ordine saranno pienamente legittimate ad intervenire ammazzando i manifestanti di botte. E’ patologico un paese che ha il coraggio di affidare un programma storico a un signore come Licio Gelli, un signore molto per bene che a sua volta ha la faccia tosta di invitare in trasmissione altri bravi ragazzi come Giulio Andreotti o Marcello Dell’Utri. Una gara a chi ha più processi pendenti a carico? O a chi è stato più bravo a farli scadere prima in prescrizione? E’ patologico un paese in cui il Presidente del Consiglio, in un momento storico così importante, l’unica cosa che riesce a fare è divertirsi in “carinerie” (come se stesse parlando a suo fratello) che sventuratamente le opposizioni “imbecilli” non comprendono. Sono pienamente d’accordo con Serra su questo, smettiamola di legittimare politicamente il Presidente del Consiglio, lì di politico c’è ben poco e anzi, chiamiamo per nome e cognome ciò che il nostro beneamato presidente è: uno sciocco. Se questa è l’Italia allora no, non mi sento italiano; credo di essere molto abbronzato, un po’ imbecille, e perchè no, anche un po’ coglione.
P.S.= A Il Giornale di Giordano non hanno battuto ciglio dopo la mia mail, e in fondo, riflettendoci, penso sia meglio così; evidentemente lo fanno per coerenza nei loro stessi confronti, non credo che a Montanelli farebbe poi molto piacere vedere il suo nome su quel che è diventato il suo giornale.
Quel che non si deve dire
25/08/08

da l’Unità del 25/08
di Marco Travaglio
Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore dell’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza “multimediale”. Sgombero subito il campo da un paio di equivoci. Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo “offelè, fa el to mestè”. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente. Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita de Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.
Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera che, all’indomani dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru, auspicava un “direttore donna”, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s’è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui nè al suo partito. Se, nell’autunno del 2002, pur provenendo da tutt’altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all’Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l’Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori. Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire le benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato – l’intervista di Veltroni – comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro. Il secondo fatto è che l’uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l’altro direttore che aveva resuscitato l’Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla “multimedialità”. Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt’altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema “di linea”. Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.
Ora l’esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale. Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l’antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l’aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l’antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro. Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l’Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l’antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i “riformisti”, spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l’Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l’esistenza). Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui. E’ il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l’opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell’Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell’opposizione dialogava o andava a rimorchio, l’Unità ha continuato a proporre pervicacemente un’altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario. A dire le cose che, altrove, non si possono dire e a vedere le cose che, altrove, si preferisce non vedere. Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all’Espresso, “da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica”, perché “ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti”, l’Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando ostinatamente a chiamare le cose col loro nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque “riformisti”: su questa Unità la guerra è guerra, non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l’inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo; i processi sono processi, non guerra tra giustizia e politica; le leggi incostituzionali sono leggi incostituzionali, non risposte eccessive a problemi reali; Mangano era un mafioso e chi lo beatifica non “fa una gaffe”: è come lui.
Mentre scrivo, ho appena letto l’addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all’ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel “Bananas”, poi nell’”Uliwood Party”, infine nell’”Ora d’aria”. Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull’Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). “Un giorno – mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto – me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente. E poi, cazzo, si vive una volta sola…”. Ora che quel giorno è arrivato,mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. E’ stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.
Caro ‘68…firmato Il Principe
20/05/08

Uscirà il prossimo venerdì l’ultimo lavoro del Principe Francesco De Gregori intitolato, come si indicava sulle carte d’identità dei cantautori degli anni ’70, “Per brevità chiamato artista”. Tra le 9 tracce che compongono l’album (e faccio notare che 9 tracce sono già di per sé cose d’altri tempi), ci sono il pezzo che da il titolo all’album, Finestre rotte (versione italiana della dylaniana Summer Days), entrambe ascoltabili qui nella sezione video, e Celebrazione (disponibile in download gratuito qui). L’album, stando a quanto si dice in giro, risente di forti influenze country, e per il momento non dovrebbero esserci sviolinate dal retrogusto pop degli ultimi album; aspettiamo comunque venerdì per dare un giudizio complessivo all’album. Per il momento mi soffermerei in particolare sull’ultimo pezzo prima citato: Celebrazione. Il brano, na rock ballad nel più classico stile del cantautore romano, è una amaro memoriale di quello che accadde 40 anni fa: quel ’68 italiano tanto sbandierato e tanto discusso di cui tanti si sentono orfani ma che De Gregori preferisce decisamente dimenticare. Ed effettivamente con tutti il rispetto per chi c’era, Valle Giulia Gianni Morandi e i musicarelli non reggono per niente il confronto con Vietnam Woodstock e Kerouac, o con il maggio francese, con la morte di Martin Luther King o con quel che accadeva a Liverpool. C’è poco da ricordare di 40 anni fa; forse perché ci fu più un senso di emulazione che una vera e propria rivoluzione sociale culturale e mediatica. Questo in Italia avverrà nel ’78 (anno tra l’altro con cui storicamente si indica la fine dei movimenti del ’68 ) con un susseguirsi di eventi che segnarono un profondo limite di rottura e che sancirono un punto di non ritorno indubbiamente più significativi e più devastanti, da far pensare addirittura che forse la prima repubblica sia finita lì. Le violente conseguenze a cui quei tanti sbandierati estremismi sessantottini avevano portato, la morte annunciata di Aldo Moro, e di lì a pochi anni ad altri tragici eventi portarono l’Italia al più difficile periodo storico che la Repubblica avesse mai incontrato dalla fine della Seconda Guerra. Sono questi i momenti che gli orfani del ’68 dovrebbero ricordare ma che spesso preferiscono scaricare su ideologie politiche di partito; sono quelle le conseguenze a cui il ’68 portò e non mi sembrano (e qui mi allineo con il Principe) tanto onerose e felici da ricordare. Il ’68 italiano fu un impasto, una preparazione culturale e psicologica del popolo che poi sarebbe esplosa anni dopo in maniera terribile, ma che nel ’68 rimase soltanto nella sua fase embrionale. Tornando ai fatto di Valle Giulia inoltra vi cito Pasolini che a riguardo scrisse “Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri“. Nel ’68 avvenne proprio questo; non era la classe operaia a ribellarsi (lo farà negli anni caldi sopra citati in maniera irreversibile) ma la classe borghese in un, sempre per dirla con Pasolini, “fascismo di sinistra” in cui appartenenti a classi sociali privilegiate (come allora nella media degli studenti di quella particolare facoltà romana) si trovavano a rappresentare istanze della sinistra estrema e comunque in rottura con le istituzioni.
Celebrazione la potete ascoltare anche qui:
Free Press
13/05/08
” Le parole sono come pietre. Lanciate nello stagno producono cerchi concentrici che s’allontanano dai tonfi allargandosi fino alla riva. Quelle pietre hanno spaventato gli uccelli e i pesci che schizzano via… nessuno si cura delle rane e delle carpe colpite dai sassi. La parola muove l’acqua, creando scompiglio e sgomento. Se ne approfittano alcuni passanti che raccolgono veloci rane e pesci che galleggiano storditi.”
Gianni Rodari
Alfredo
06/05/08
Alfredo Rampi, è stato il protagonista di un tragico fatto di cronaca dei primi anni ‘80: mercoledì 10 giugno 1981, verso le 19, cadde in un pozzo artesiano largo 30 cm e profondo 80 metri nelle campagne della località di Vermicino, nel territorio del comune di Frascati.
I soccorritori cercarono con grandi sforzi di salvarlo: si pensò che Alfredino fosse bloccato a 36 metri di profondità, ma la creazione di un tunnel parallelo non si rivelò risolutiva, in quanto il bambino sprofondò giù per altri 30 metri. Il dramma fu seguito tramite una diretta televisiva non stop lunga 18 ore a reti RAI unificate. L’Italia intera rimase in ansia a seguire l’evolversi della situazione: si stimò che più di 21 milioni di persone avessero seguito alla televisione la straziante vicenda.
Sul luogo si portò anche l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un coraggioso volontario, Angelo Licheri, si fece calare nel pozzo, perché piccolo di statura e molto magro. Riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l’imbragatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbragatura si aprì; tentò quindi di prenderlo per le braccia, ma purtroppo il bambino scivolò ancora più in profondità. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti.
Man mano che passavano le ore la voce del bambino, raggiunto da un microfono, giungeva sempre più flebile. Il bambino, probabilmente ferito dalle cadute, morì verso le ore 6:30 del 13 giugno dopo che un altro volontario, Donato Caruso, provò come Licheri ad imbragare il bambino e fu in quel momento che quest’ultimo si accorse che Alfredino era ormai spirato. Il corpo fu recuperato l’11 Luglio, ben 28 giorni dopo la sua morte.
I Baustelle hanno dedicato ad Alfredo Rampi la canzone Alfredo inclusa nel loro ultimo album Amen (a mio avviso uno dei migliori pezzi dell’album) che ne critica soprattutto l’aspetto mediatico. Il 1981 fu un anno particolare per moltissimi versi, e quel buco in cui cadde Alfredo si è rivelato profetico. Tutti in quell’anno siamo caduti in quel buco, con le televisioni che non avrebbero mai più rionosciuto i limiti della decenza, con la politica che da quell’anno fece conoscere all’Italia che il vero governo che gestiva il paese era altrove e in particolare nella P2 e nelle liste di Forlani; tutti cademmo in quell’anno in quel buco, e ancora non ne siamo venuti fuori.
Il pezzo potete ascoltarlo qui:
Baustelle – Alfredo (da Amen)
Dylaniate
09/04/08
Grammy alla carriera a Dylan (1991)
Mi scuso con tutti per questo silenzio prolungato nel quale ho abbandonato questo blog ma purtroppo il tempo diventa sempre di meno e il pc negli ultimi tempi è stato particolarmente malaticcio. Ne approfitto del post per segnalarvi tre news dylaniane: la prima(ma lo saprete ormai tutti) è che a Dylan è stato consegnato il premio Pulitzer (prestigiosissimo premio per il giornalismo e le arti) , la seconda è che verrà in concerto in Italia il 15 a Treno, il 6 a Bergamo e il 18 ad Aosta, la terza (ma interesserà pochi) è che il percorso che presenterò all’esame di stato sarà incentrato sui vari modelli di protesta sociale e avrà come argomento portante proprio il menestrello di Duluth.
A presto!
P.S.= Lunedì sera c’è stata ai piani alti di palazzo Chigi una cenetta molto simpatica, che qualcuno ha definito un’ultima cena; ma io preferisco invece immaginarmela come l’ultimo atto di un’avventura di amici che si ritrovano a riflettere su tutto quel che è stato il loro percorso. Su quel che si poteva fare e non si è fatto, sulle persone delle quali ci si poteva fidare e non lo si è fatto (e viceversa). Sognando, immaginando, cantando e soffiando nel vento.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200804articoli/31691girata.asp
Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza
per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande
sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde
quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà
al raggiungimento
di una
splendida felicita’.Martha Medeiros
Questa poesia, letta lo scorso 24 gennaio al senato da Clemente Mastella nel suo intervento nel quale dichiarava il suo voto sfavorevole al governo, e spacciata anche in quella sede per poesia di Pablo Neruda è in realtà una bufala che circola da anni attraverso catene di San’Antonio, spam e blog. La poesia come ho scritto anche sopra appartiene a Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana classe ‘61. Se provate a cercare in rete troverete una miriade di risultati che attribuiscono a Neruda la poesia, in realtà come ha fatto anche notare Stefano Passigli, presidente della Passigli editori, che pubblica in Italia le opere del Nobel cileno, “Chi conosce la sua poesia si accorge all’istante che quei versi banali e vagamente new-age non possono certo essere opera di uno dei più grandi poeti del Novecento”.
“Meglio così: non credo che Pablo Neruda, che ha speso la vita per grandi ideali politici, sarebbe stato lusingato dal sentir citare una poesia davvero sua dalla voce di Clemente Mastella”.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine…evidentemente Mastella ne sa qualcosa…
Iniziamo a smaltire sti due…
08/01/08

CORAGGIO LAICO – 12 Maggio 2007
09/05/07
12 MAGGIO 2007: 33° ANNIVERSARIO DELLA VITTORIA SUL DIVORZIO
GIORNATA DEL “CORAGGIO LAICO”
Piazza Navona (dalle ore 15,30 a notte inoltrata)
MANIFESTAZIONE/CONCERTO
CON DJ COCCOLUTO, SIMONE CRISTICCHI, FRANKYE HI ENERGY, MARCO MASINI, VALENTINA GAUTIER, MOMO
promossa dalla Rosa nel Pugno, SDI e Partito Radicale
Dalle 10 alla Sala delle Conferenze, piazza Montecitorio 123/A, convegno “Il mito della famiglia naturale, la rivoluzione dell’amore civile”.
In occasione del 33° anniversario del referendum sul divorzio, giorno in cui gli italiani sancirono con il loro voto il principio per cui a fondamento della famiglia doveva esserci una libera scelta di amore e non un’imposizione di legge, ti invitiamo a partecipare al convegno e poi al concerto del “Coraggio Laico” proposti dalla Rosa nel Pugno, con lo Sdi e il Partito Radicale, e che speriamo possa allargarsi alle grandi organizzazioni e personalità laiche del Paese oltre a quelle che ad oggi hanno già comunicato la loro adesione.