Caro Faber…

11/01/09

Caro Faber,

sono passati dieci anni da quando te ne sei andato. Ho un immagine indelebile di quel giorno: l’11 gennaio ’99. I tg che ripetutamente riportavano la notizia e il tuo ultimo concerto al Teatro Brancaccio che veniva trasmesso da Rai2 nel primo pomeriggio, una cosa del tutto insolita. Eppure, proprio in maniera del tutto insolita, inaspettata, imponente, ostinata, come accade d’altronde solo ai grandi della storia, la tua voce risuona nelle orecchie di noi tutti come e più di dieci anni fa.

Sono successe molte cose in questi dieci anni, anche se forse quelle pienamente degne di nota si contano sulle dita di una mano. Siamo in un momento storico molto strano, in cui si è completamente incapaci di progredire o di regredire; entrambi i processi sono degni di nota perché implicherebbero una società dinamica. Ma è la staticità attuale il vero male. I mali del liberismo, le antiquate generazioni politiche che risiedono i parlamenti, l’emarginazione metropolitana, l’arte e la cultura della musica ridotta a suonerie per cellulari. Quante cose potresti aiutarci a vedere meglio. In fondo credo sia sempre stato questo il ruolo del cantautore, così come quello del poeta o dello scrittore o del giornalista: mettere bene a fuoco determinati elementi per liberare una pulce affinché possa insediarsi nella mente di ascolta o legge, e far sì che certe cose non vadano dimenticate o sovrascritte da potenti immagini, ma che siano effettivo oggetto di riflessione. Non posso negarti l’emozione che ancora provo nel pensare a quanto Pasolini aveva visto lontano quando parlava così lucidamente di mutazione antropologica. Pier Paolo, un altro che se n’è andato troppo presto. Sono successe molte cose dicevo: altre guerre, sangue e odio è stato sparso qua e là. Dunque tutto nero, buio e lacrime amare? Certamente no.

Sono convinto che se in questa giornata particolare che ci riunisce in maniera affettuosa e calorosa a te, come un vecchio nonno che si va a trovare per poter godere ancora un po’ di sana saggezza, tutti quanti ci fermassimo per un attimo a riflettere sulle tue canzoni potremmo iniziare la settimana più determinati, convinti, ostinati, pieni zeppi d’amore, contrari. Lungi da me l’idea di fare un santino di te o della tua musica; la vera ragione che mi spinge a scriverti è che in realtà abbiamo un’immane bisogno delle tue canzoni, delle tue storie, dei tuoi personaggi, delle tue vie delle tue città. Abbiamo bisogno di credere che ci siano ancora Bocca di rosa sparse per il mondo che mettano ancora amore sopra ogni cosa. Abbiamo bisogno di libere stelle che squillino di luce come Princesa. Abbiamo bisogno dell’umanità di Piero per ricordarci i mali della guerra. Abbiamo, e quasi sicuramente ne avremo per sempre, bisogno della tua voce, calda come un abbraccio, pungente come le spine di una rosa, ultimo ostacolo prima di poter afferrare senza paura quel fiore, rosso d’amore. Perché, me lo permetterai, se non siamo gigli siam pur sempre figli vittime di questo mondo, anime salve che viaggiano in direzione ostinata e contraria per le vie delle città vecchie.

 

 

Ciao Faber,

ci manchi tanto

 

post scriptum : non dimenticate lo speciale di stasera a partire dalle 20.00 su Radio Base!

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