Uscirà il prossimo venerdì l’ultimo lavoro del Principe Francesco De Gregori intitolato, come si indicava sulle carte d’identità dei cantautori degli anni ’70, “Per brevità chiamato artista”. Tra le 9 tracce che compongono l’album (e faccio notare che 9 tracce sono già di per sé cose d’altri tempi), ci sono il pezzo che da il titolo all’album, Finestre rotte (versione italiana della dylaniana Summer Days), entrambe ascoltabili qui nella sezione video, e Celebrazione (disponibile in download gratuito qui). L’album, stando a quanto si dice in giro, risente di forti influenze country, e per il momento non dovrebbero esserci sviolinate dal retrogusto pop degli ultimi album; aspettiamo comunque venerdì per dare un giudizio complessivo all’album. Per il momento mi soffermerei in particolare sull’ultimo pezzo prima citato: Celebrazione. Il brano, na rock ballad nel più classico stile del cantautore romano, è una amaro memoriale di quello che accadde 40 anni fa: quel ’68 italiano tanto sbandierato e tanto discusso di cui tanti si sentono orfani ma che De Gregori preferisce decisamente dimenticare. Ed effettivamente con tutti il rispetto per chi c’era, Valle Giulia Gianni Morandi e i musicarelli non reggono per niente il confronto con Vietnam Woodstock e Kerouac, o con il maggio francese, con la morte di Martin Luther King o con quel che accadeva a Liverpool. C’è poco da ricordare di 40 anni fa; forse perché ci fu più un senso di emulazione che una vera e propria rivoluzione sociale culturale e mediatica. Questo in Italia avverrà nel ’78 (anno tra l’altro con cui storicamente si indica la fine dei movimenti del ’68 ) con un susseguirsi di eventi che segnarono un profondo limite di rottura e che sancirono un punto di non ritorno indubbiamente più significativi e più devastanti, da far pensare addirittura che forse la prima repubblica sia finita lì. Le violente conseguenze a cui quei tanti sbandierati estremismi sessantottini avevano portato, la morte annunciata di Aldo Moro, e di lì a pochi anni ad altri tragici eventi portarono l’Italia al più difficile periodo storico che la Repubblica avesse mai incontrato dalla fine della Seconda Guerra. Sono questi i momenti che gli orfani del ’68 dovrebbero ricordare ma che spesso preferiscono scaricare su ideologie politiche di partito; sono quelle le conseguenze a cui il ’68 portò e non mi sembrano (e qui mi allineo con il Principe) tanto onerose e felici da ricordare. Il ’68 italiano fu un impasto, una preparazione culturale e psicologica del popolo che poi sarebbe esplosa anni dopo in maniera terribile, ma che nel ’68 rimase soltanto nella sua fase embrionale. Tornando ai fatto di Valle Giulia inoltra vi cito Pasolini che a riguardo scrisse “Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri“. Nel ’68 avvenne proprio questo; non era la classe operaia a ribellarsi (lo farà negli anni caldi sopra citati in maniera irreversibile) ma la classe borghese in un, sempre per dirla con Pasolini, “fascismo di sinistra” in cui appartenenti a classi sociali privilegiate (come allora nella media degli studenti di quella particolare facoltà romana) si trovavano a rappresentare istanze della sinistra estrema e comunque in rottura con le istituzioni.

 

Celebrazione la potete ascoltare anche qui:

 

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