Ho trovato sul sito di Velvet questo articolo; un modo molto originale per ricordare uno dei nostri intelletuali più acuti di cui si sente più che mai la mancanza.

di Maria Pace Ottieri

Ci sono tanti modi di sentire una mancanza. Tra questi, persino un servizio di moda, una foto in bianco e nero. Ma quello che oggi rende più struggente l’assenza di uno dei nostri intellettuali più acuti è la certezza che solo lui ha saputo capire una modernità sempre più approssimativa.

Se c’è un tema su cui spesso mi capita di rimpiangere la presenza di Pier Paolo Pasolini è quello dell’immigrazione, che seguo con interesse dalla sua comparsa. Tante volte mi è mancata la sua voce autorevole ed empatica con i popoli che allora, quando lui ne scriveva, si chiamavano del Terzo Mondo. Certamente lo avrebbe appassionato e commentato in modo originale. Forse si sarebbe preoccupato degli effetti deleteri della nostra cultura e della nostra società edonista e consumista sugli immigrati, di quello che, venendo in Europa, avrebbero inevitabilmente perso della loro esperienza vitale, del loro mondo reale così diverso dal nostro, che lui giudicava irreale, dell’irraggiungibilità dei modelli proposti dalla televisione, assai più che del contrario, cioè della minaccia di contaminazioni da loro introdotte nel nostro modo di pensare e di vivere, che tanto invece occupa politici, giornali e televisioni. E che cosa avrebbe scritto della Rete, delle bioscienze, della mutazione dei corpi, del riDICOlo dibattito sui Dico…

Tale era la sua passione per la vita e la realtà, la sua vasta cultura, la sua capacità di cogliere i fenomeni sul nascere, prima degli altri, che la sua opinione manca ogni giorno. Ma basta rileggere i suoi “Scritti corsari”, le “Lettere luterane”, le interviste, per avere un’idea di che cosa avrebbe scritto oggi, perché tutto ciò che annunciano e denunciano si è avverato, ci siamo cresciuti dentro al punto da considerarlo “normale”, “inevitabile”, “naturale”. Provate a pensare ai temi delle sue battaglie, la pubblicità, il consumismo, il Potere, il neocapitalismo, la sottocultura, l’omologazione, la mutazione antropologica… Chi mai oserebbe evocarli oggi senza paura di essere considerato un relitto di una stagione di cui si è consumato perfino il ricordo? Crediamo di non averci più nulla a che fare solo perché questo è il solo modo di vivere che conosciamo, l’aria che respiriamo, l’unico modello che si è imposto e che non ammette repliche o alternative.

Era eccessivo, paradossale, provocatorio il Pasolini che giudicava “la nuova cultura della civiltà dei consumi il più repressivo totalitarismo che si sia mai visto”, sia pure mascherata da edonismo e joie de vivre? Chi oggi dunque resiste, chi dissente, chi riesce a guardare la macchina dall’esterno? L’unica forma di ribellione che il Sistema (altra parola desueta e impronunciabile) consente è l’allarmismo, l’emergenza cronica, che dichiara nella natura di ossimoro la propria neutralità o lo spirito apocalittico, il migliore alleato della rassegnazione, che in un lampo si fa cinismo, laissez-faire. Perché che cosa può il povero consumatore, individuo ubbidiente, conformista e timorato per eccellenza, contro il pianeta che va a rotoli, contro i giochi della politica che gli passano sopra la testa, contro una società che (come scriveva Pasolini nel 1958!) “non offre ai giovani lavoro, ma infiniti modi di dimenticare il presente e di non pensare al futuro”? Per scrivere “da corsari” bisogna credere al peso della propria parola e alla responsabilità del comportamento individuale, due condizioni in via di estinzione nel nostro panorama culturale e giornalistico.
*Maria Pace Ottieri, giornalista, scrittrice, traduttrice. Ha pubblicato “Amore Nero”, “Stranieri. Un atlante di voci”, “Quando sei nato non puoi più nasconderti. Viaggio nel popolo sommerso” (a cui Marco Tullio Giordana si è ispirato per l’omonimo film), “Abbandonami” (Premio Grinzane Cavour 2005). Suo padre era lo scrittore Ottiero Ottieri, sua madre Silvana Mauri, rimpianta figura di punta della scena editoriale.

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