Ci sono personaggi che, con il proprio carisma e con la propria vitalità, riescono a segnare le epoche. Riescono a catalizzare i destini delle persone che le circondano, a generare connessioni e collaborazioni, a costruire piccoli mondi affettivi e “parentele” che diversamente non sarebbero esistite. Fernanda Pivano, scrittrice, traduttrice, “musa” di intere generazioni, fu la prima a far conoscere agli italiani gli autori della Beat Generation. Fernanda Pivano è complice della musica da quando era bambina e, nella casa di Genova, la sera, ascoltava con suo padre le arie di Giuseppe Verdi al grammofono. E da quando la mamma le regalò il famoso pianoforte Pleyel di mogano da cui non ha mai voluto separarsi. Complice quando accompagnava con un piccolo harmonium indiano Allen Ginsberg nei suoi reading in giro per l’Italia o quando ospitava Chet Baker in casa sua.
Ma l’amore di Fernanda per i “cantori delle emozioni del quotidiano” è nato soprattutto grazie ai rapporti di amicizia che nel corso degli anni ha intessuto con i maggiori cantautori italiani. Nelle conversazioni intense e personali raccolte in questo libro esplora con loro il legame profondo tra musica, vita e poesia. Piccoli mondi affettivi che collegano i destini di Baglioni e Neffa, Jovanotti e Bennato, Consoli e Guccini, De André e Capossela.

Uno straordinario documento che racconta gli eroi dell’immaginario collettivo. Perché spesso la letteratura si fa attraverso le canzoni.

I cantautori sono la poesia delle strade, gli interpreti della nostra fantasia.
Fernanda Pivano

…per tutti quelli che saranno all’Arena Civica di Milano il prossimo 17 e 18 giugno…

godeteveli anche per me!*_*

 

Uscirà il prossimo venerdì l’ultimo lavoro del Principe Francesco De Gregori intitolato, come si indicava sulle carte d’identità dei cantautori degli anni ’70, “Per brevità chiamato artista”. Tra le 9 tracce che compongono l’album (e faccio notare che 9 tracce sono già di per sé cose d’altri tempi), ci sono il pezzo che da il titolo all’album, Finestre rotte (versione italiana della dylaniana Summer Days), entrambe ascoltabili qui nella sezione video, e Celebrazione (disponibile in download gratuito qui). L’album, stando a quanto si dice in giro, risente di forti influenze country, e per il momento non dovrebbero esserci sviolinate dal retrogusto pop degli ultimi album; aspettiamo comunque venerdì per dare un giudizio complessivo all’album. Per il momento mi soffermerei in particolare sull’ultimo pezzo prima citato: Celebrazione. Il brano, na rock ballad nel più classico stile del cantautore romano, è una amaro memoriale di quello che accadde 40 anni fa: quel ’68 italiano tanto sbandierato e tanto discusso di cui tanti si sentono orfani ma che De Gregori preferisce decisamente dimenticare. Ed effettivamente con tutti il rispetto per chi c’era, Valle Giulia Gianni Morandi e i musicarelli non reggono per niente il confronto con Vietnam Woodstock e Kerouac, o con il maggio francese, con la morte di Martin Luther King o con quel che accadeva a Liverpool. C’è poco da ricordare di 40 anni fa; forse perché ci fu più un senso di emulazione che una vera e propria rivoluzione sociale culturale e mediatica. Questo in Italia avverrà nel ’78 (anno tra l’altro con cui storicamente si indica la fine dei movimenti del ’68 ) con un susseguirsi di eventi che segnarono un profondo limite di rottura e che sancirono un punto di non ritorno indubbiamente più significativi e più devastanti, da far pensare addirittura che forse la prima repubblica sia finita lì. Le violente conseguenze a cui quei tanti sbandierati estremismi sessantottini avevano portato, la morte annunciata di Aldo Moro, e di lì a pochi anni ad altri tragici eventi portarono l’Italia al più difficile periodo storico che la Repubblica avesse mai incontrato dalla fine della Seconda Guerra. Sono questi i momenti che gli orfani del ’68 dovrebbero ricordare ma che spesso preferiscono scaricare su ideologie politiche di partito; sono quelle le conseguenze a cui il ’68 portò e non mi sembrano (e qui mi allineo con il Principe) tanto onerose e felici da ricordare. Il ’68 italiano fu un impasto, una preparazione culturale e psicologica del popolo che poi sarebbe esplosa anni dopo in maniera terribile, ma che nel ’68 rimase soltanto nella sua fase embrionale. Tornando ai fatto di Valle Giulia inoltra vi cito Pasolini che a riguardo scrisse “Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri“. Nel ’68 avvenne proprio questo; non era la classe operaia a ribellarsi (lo farà negli anni caldi sopra citati in maniera irreversibile) ma la classe borghese in un, sempre per dirla con Pasolini, “fascismo di sinistra” in cui appartenenti a classi sociali privilegiate (come allora nella media degli studenti di quella particolare facoltà romana) si trovavano a rappresentare istanze della sinistra estrema e comunque in rottura con le istituzioni.

 

Celebrazione la potete ascoltare anche qui:

 

Free Press

13/05/08

” Le parole sono come pietre. Lanciate nello stagno producono cerchi concentrici che s’allontanano dai tonfi allargandosi fino alla riva. Quelle pietre hanno spaventato gli uccelli e i pesci che schizzano via… nessuno si cura delle rane e delle carpe colpite dai sassi. La parola muove l’acqua, creando scompiglio e sgomento. Se ne approfittano alcuni passanti che raccolgono veloci rane e pesci che galleggiano storditi.”

Gianni Rodari

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Alfredo

06/05/08

Alfredo Rampi, è stato il protagonista di un tragico fatto di cronaca dei primi anni ‘80: mercoledì 10 giugno 1981, verso le 19, cadde in un pozzo artesiano largo 30 cm e profondo 80 metri nelle campagne della località di Vermicino, nel territorio del comune di Frascati.

I soccorritori cercarono con grandi sforzi di salvarlo: si pensò che Alfredino fosse bloccato a 36 metri di profondità, ma la creazione di un tunnel parallelo non si rivelò risolutiva, in quanto il bambino sprofondò giù per altri 30 metri. Il dramma fu seguito tramite una diretta televisiva non stop lunga 18 ore a reti RAI unificate. L’Italia intera rimase in ansia a seguire l’evolversi della situazione: si stimò che più di 21 milioni di persone avessero seguito alla televisione la straziante vicenda.

Sul luogo si portò anche l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un coraggioso volontario, Angelo Licheri, si fece calare nel pozzo, perché piccolo di statura e molto magro. Riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l’imbragatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbragatura si aprì; tentò quindi di prenderlo per le braccia, ma purtroppo il bambino scivolò ancora più in profondità. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti.

Man mano che passavano le ore la voce del bambino, raggiunto da un microfono, giungeva sempre più flebile. Il bambino, probabilmente ferito dalle cadute, morì verso le ore 6:30 del 13 giugno dopo che un altro volontario, Donato Caruso, provò come Licheri ad imbragare il bambino e fu in quel momento che quest’ultimo si accorse che Alfredino era ormai spirato. Il corpo fu recuperato l’11 Luglio, ben 28 giorni dopo la sua morte.

I Baustelle hanno dedicato ad Alfredo Rampi la canzone Alfredo inclusa nel loro ultimo album Amen (a mio avviso uno dei migliori pezzi dell’album) che ne critica soprattutto l’aspetto mediatico. Il 1981 fu un anno particolare per moltissimi versi, e quel buco in cui cadde Alfredo si è rivelato profetico. Tutti in quell’anno siamo caduti in quel buco, con le televisioni che non avrebbero mai più rionosciuto i limiti della decenza, con la politica che da quell’anno fece conoscere all’Italia che il vero governo che gestiva il paese era altrove e in particolare nella P2 e nelle liste di Forlani; tutti cademmo in quell’anno in quel buco, e ancora non ne siamo venuti fuori. 

Il pezzo potete ascoltarlo qui:

Baustelle - Alfredo (da Amen)

Momenti rock…

27/04/08

Uno dei più alti momenti del rock italiano: la consegna del Premio Tenco a Fabrizio De Andrè dalle mani di Fernanda Pivano che dichiara “smettiamola di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, diciamo,  piuttosto,  che Dylan è il Fabrizio americano“.

Bologna, 27 settembre 1997. In occasione del ventitreesimo Congresso eucaristico, un concerto all’aperto presso il “Centro Agroalimentare”, al quale assistono trecentomila persone e duecento cardinali, celebra la visita pastorale di Giovanni Paolo II alla città che una volta era l’avamposto settentrionale dello Stato della Chiesa. Una squadra di pop star italiane porge i suoi omaggi al pontefice, alternando canzoni italiane a cover inglesi e americane. […] Poi un giovane attore legge il testo di Blowin’ in the wind in italiano, con un discreto accompagnamento di chitarra in sottofondo. Giovanni Paolo II, dopo aver seguito il testo su di un foglio che gli è stato dato, pronuncia un discorso che fa storia negli annali della dylanologia:

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Dylaniate

09/04/08

 

Grammy alla carriera a Dylan (1991)

  

Mi scuso con tutti per questo silenzio prolungato nel quale ho abbandonato questo blog ma purtroppo il tempo diventa sempre di meno e il pc negli ultimi tempi è stato particolarmente malaticcio. Ne approfitto del post per segnalarvi tre news dylaniane: la prima(ma lo saprete ormai tutti) è che a Dylan è stato consegnato il premio Pulitzer (prestigiosissimo premio per il giornalismo e le arti) , la seconda è che verrà in concerto in Italia il 15 a Treno, il 6 a Bergamo e il 18 ad Aosta, la terza (ma interesserà pochi) è che il percorso che presenterò all’esame di stato sarà incentrato sui vari modelli di protesta sociale e avrà come argomento portante proprio il menestrello di Duluth.

 

A presto!

 

P.S.= Lunedì sera c’è stata ai piani alti di palazzo Chigi una cenetta molto simpatica, che qualcuno ha definito un’ultima cena; ma io preferisco invece immaginarmela come l’ultimo atto di un’avventura di amici che si ritrovano a riflettere su tutto quel che è stato il loro percorso. Su quel che si poteva fare e non si è fatto, sulle persone delle quali ci si poteva fidare e non lo si è fatto (e viceversa). Sognando, immaginando, cantando e soffiando nel vento.

 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200804articoli/31691girata.asp

 

Dopofestival

02/03/08

Il primo commento che mi viene da fare a caldo è un platonico peccato. Peccato perché quest’anno si poteva fare un ottimo festival. L’aria di rivoluzione, il treno delle canzoni sociali vincitrici della scorsa edizione avevano posto i presupposti per fare quantomeno un buon festival, e invece, come da anni solo in Rai sono capaci, hanno distrutto tutto quel poco di positivo che si poteva cogliere. Evito di essere troppo prolisso (anche se di cose da dire ce ne sarebbero moltissime) ma visto che la caciara messa su da Baudo quest’anno ha fatto acqua da tutte le parti su alcune cose mi vorrei soffermare.  Innanzitutto l’errore più grande di tutti (come ha fatto notare anche Boncompagni) è pensare di organizzare un Festival nel 2008 allo stesso modo di come si faceva 30 anni fa. Stessa formula, stessi presentatori, persino stesse canzoni. Eppure quest’anno Baudo ha fatto una scelta molto coraggiosa; invitare gente come Bennato, Tricarico, Gazzè, Tiromancino, Frankie HI-NRG, Cammariere, tutta gente che non ha per niente un pubblico squisitamente commerciale poteva finalmente segnare la svolta per Sanremo, mandare un messaggio forte e chiaro: basta canzonette ma in un Italia che ha bisogno di ossigeno ripartiamo dall’unica cosa che sappiamo fare, cantare. E invece no. Si è scelta una tetra via di mezzo che ha portato gli “alternativi” a diventare patetici e i commerciali a continuare a fare la loro parte. Il problema della formula: 5 serate di 4 -5 ore ciascuna sono troppe, non le regge più neanche un Baudo quest’anno visibilmente deluso. La gara è una sceneggiata patetica, non importa a nessuno se non a quei due poveracci che hanno vinto, i giovani stanno lì per far numero, grandi ospiti non ci sono stati (il bambino bravo bravissimo e i ballerini di tip tap se li potevano tranquillamente risparmiare), e dopo tutto questo, hanno pure il coraggio di lamentarsi per gli ascolti? Ma perché mai un italiano medio, dopo una giornata di lavoro, appena tornato stanco distrutto a casa con mille pensieri per la testa si dovrebbe angosciare ulteriormente con un festival che semplicemente non c’è o se c’è è palesemente falsato? L’apice si è toccato venerdì con la finale dei giovani che hanno cantato dalle 23 in poi, e casualmente hanno vinto gli unici che avevano cantato alle 21.30. E vogliamo parlare della “giuria di qualità”? Un manipolo di vip o pseudo tali che si sono divertiti a regalare 9 e 10 ai primi che passavano. Non sarebbe stato meglio chiamarla appunto “giuria vip” o piuttosto invitare nella giuria di qualità giornalisti, critici, discografici e addetti ai lavori (sparpagliati in rete sui vari blog da Assante a Castaldo) che ne sapessero giusto un pelino in più di Frizzi o Magalli? Sui vincitori non mi esprimo, anche perché sarebbe tempo perso visto che tra una settimana solo loro si ricorderanno di aver vinto Sanremo. Sulle canzoni faccio giusto qualche citazione doverosa: primo su tutti Gazzè. La canzone penso sia la migliore del festival. Lunedì aveva un problema con l’auricolare e l’ha cantata da schifo, giovedì nella serata dei duetti ne è venuta una versione meravigliosa con Paola Turci e Marina Rei mentre ieri sera è riuscito ad eseguirla da solo in maniera più che dignitosa. Sul pezzo di Zampaglione mi associo al giudizio di Frankie: sopravvalutato. Riguardo proprio Frankie invece bisogna dire che il pezzo è molto carino ma decisamente non adatto all’Ariston: sentir cantare “qui si fa la rivoluzione” da 4 coristi in smoking ha fatto perdere molto al pezzo. Un bel applauso va a Cammariere e Tricarico che hanno portato due buoni pezzi d’autore mentre un grosso applauso va a Bennato che è riuscito nell’impresa di portare la taranta a Sanremo. Il pezzo per chi conosce un po’ di pizzica e di musica salentina non è un capolavoro però adattandoci ai canoni sanremesi si capisce che il fratello buono dei Bennato ha fatto un ottimo lavoro.E ancora giudizio positivo per Mario Venuti (vederlo suonare di nuovo con i Denovo ha emozionato tanto) e per L’Aura (ha ottime qualità vocali…se solo la smettesse di imitare elisa poi sarebbe perfetta). Il resto peggio che andar di notte. Per quanto riguarda i giovani vanno fatti i complimenti ai Frank Head, originali e timidamente bregoviciani, ai La Scelta, meritato il secondo posto anche se il testo è un po’ banalotto, e a Valerio Sanzotta, (un dylaniano a Sanremo non si può non apprezzarlo). Concludo dicendo che Sanremo è una delle ultime poche cose tipicamente popolare che ci rimane, in nessun altra parte del mondo esiste qualcosa del genere, ce l’abbiamo solo noi e bisogna tornare ad andarne orgogliosi; rivediamo formula, canzoni, regia(basta Gino Landi ve prego!) e perché no magari anche presentatori, tutto quello che vogliono, ma ci devono ridare il nostro festival, quello di Villa e Modugno, della PFM e di Fossati, dei sogni e delle speranze di un’Italia che voleva semplicemente ascoltare musica. Quella vera.

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza
per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande
sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde
quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà
al raggiungimento
di una
splendida felicita’.

Martha Medeiros

Questa poesia, letta lo scorso 24 gennaio al senato da Clemente Mastella nel suo intervento nel quale dichiarava il suo voto sfavorevole al governo, e spacciata anche in quella sede per poesia di Pablo Neruda è in realtà una bufala che circola da anni attraverso catene di San’Antonio, spam e blog. La poesia come ho scritto anche sopra appartiene a Martha Medeiros,  giornalista e scrittrice brasiliana classe ‘61. Se provate a cercare in rete troverete una miriade di risultati che attribuiscono a Neruda la poesia, in realtà come ha fatto anche notare Stefano Passigli, presidente della Passigli editori, che pubblica in Italia le opere del Nobel cileno, “Chi conosce la sua poesia si accorge all’istante che quei versi banali e vagamente new-age non possono certo essere opera di uno dei più grandi poeti del Novecento”.
“Meglio così: non credo che Pablo Neruda, che ha speso la vita per grandi ideali politici, sarebbe stato lusingato dal sentir citare una poesia davvero sua dalla voce di Clemente Mastella”.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine…evidentemente Mastella ne sa qualcosa…